Donizetti Society
Donizetti Picture
Newsletter archives 2014 onwards 
Home button 

 Donizetti compositore e...patriota?

 

The following article by Mario Villani appeared in Newsletter 126, October 2015, pp.3-6.

 

  Sono consapevole che su questo argomento molto si è scritto e dibattuto. Le righe che seguono non apporteranno certo grandi novità a quanto ci è già noto, ma auspico che qualche ulteriore notizia, considerazione ed informazione, acquisita dalla lettura dell'epistolario donizettiano e di altre opere ove si parla del compositore, possano dare lo spunto a riflessioni e speriamo a future significative scoperte.

Magari, fra qualche tempo, si troverà qualche lettera o documento illuminante o la porta di qualche archivio - son propenso a credere d'oltralpe - finalmente si aprirà, per fornirci nuovi ragguagli sull'intensa vita e sulla sfaccettata personalità del grande compositore di Bergamo.

Le lettere di Donizetti, sia quelle riportate nel monumentale epistolario di Zavadini, sia quelle raccolte nei quattro volumi del Centro di Studi Donizettiani, confermerebbero la totale estraneità del musicista alle vicende politiche del suo tempo. Occupato totalmente dalla composizione della sua musica, egli sembra alieno da qualsiasi coinvolgimento nelle attività politico-rivoluzionarie e lontano dalle correnti di pensiero che, a quei tempi, agitavano mente e cuore di molti italiani, interessati a dare uno scossone definitivo alla situazione di precarietà che, per troppi secoli, aveva visto l'Italia solo come luogo di transito e di occupazione da parte di popoli stranieri.

Come prova inconfutabile del disinteresse donizettiano per tutto ciò che non aveva attinenza con la musica, si è sempre utilizzata la lettera al padre Andrea del 13 febbraio 1831 (Zavadini n° 64): “Vi scrivo acciocchè non crediate che fra le fucilate io sia morto. Io sono un uomo che di poche cose s’inquieta, anzi di una sola, cioè se l’opera mia va male. Del resto non mi curo…”.

Non dubitiamo che essere italiano fosse per lui motivo di orgoglio. Quando Léon Pillet, direttore del Teatro Italiano di Parigi, gli prospetta la possibilità di venir ammesso all'Accademia di Francia, Donizetti cortesemente rifiuta, poiché accettare, con l'obbligo di rinunziare alla nazionalità italiana, sarebbe stato per lui un atto di mera ingratitudine verso il Paese che aveva visto nascere la sua fortuna artistica.

E la conferma viene da una lettera all'amico Dolci, del 13 novembre 1838 (Zavadini n° 316) dove, facendo il confronto con il fratello Giuseppe, Gaetano scrive: ”Egli ama Costantinopoli, alla quale deve tutto, io invece amo l'Italia perchè a questa, dopo il mio Mayr devo l'esistenza e la riputazione”.

Tuttavia “incaponirsi” a considerare Donizetti totalmente estraneo alle vicende politiche del suo tempo è un errore e molti studiosi, anche recentemente, si sono dimostrati convinti del contrario.

Guido Zavadini, in un suo splendido volumetto intitolato Donizetti l'Uomo, in cui pubblica i testi di tre sue conferenze sul compositore, tenute a Bergamo e dintorni dal 1946 al 1948, dice “peste e corna” di un film, girato in parte a Bergamo, con Amedeo Nazzari nei panni di Gaetano. Si tratta de “Il Cavaliere del Sogno”. La pellicola narra la storia d'amore del compositore con la moglie di un Feldmaresciallo austriaco, odioso sbirro specializzato in impiccagioni di patrioti, ed ha pure risvolti risorgimentali, con tanto di riunioni notturne all'Osteria bergamasca Ai Tre Gobbi, trasformata in covo di settari e l'oste Bettinelli occupato non a preparare polenta e osei (“ma de quei pissinì però”, che tanto piacevano al Maestro), ma a spennare l'aquila imperiale austriaca di Ferdinando I. Attentati sventati, fine di un amore, conseguente pazzia e triste morte del protagonista seduto sulla poltrona che, già in casa Basoni, oggi vediamo al Museo donizettiano. Si sa, la fantasia corre veloce.

Tralasciamo pure queste amenità e non scomodiamo neppure troppo Piero Maroncelli. L'amicizia fra i due, nata e Bologna negli anni degli studi, non potè proseguire a lungo. Donizetti stava per iniziare la sua attività teatrale e Maroncelli, già nel 1817, cominciò i suoi guai giudiziari. Questa volta non per colpa dell'Austria ma del governo pontificio. Già noto come massone e carbonaro, era tenuto d'occhio dalle autorità. Il materiale compromettente che gli fu sequestrato, gli valse la prigione a Roma per parecchi mesi ed un processo sia da parte della magistratura che della S. Inquisizione. Liberato, forse su intercessione dello stesso Pontefice, proseguì le sue attività politiche che successivamente, come si sa, lo portarono allo Spielberg e, dopo la grazia imperiale, all'esilio negli Stati Uniti.

In quei primi decenni de XIX secolo Parigi e Londra erano diventate la meta “preferita” di una legione di transfughi che, per sfuggire alle polizie di Re, Granduchi e Pontefici sparsi per la penisola, erano costretti a varcare le Alpi per mettersi al sicuro.

A Londra Mazzini insegnava l'italiano e tesseva la tela dei complotti. Parigi ospitava un nutrito manipolo di esuli che forse, quanto a numero, facevano invidia agli Ebrei di Mosé in Egitto.

Il primo che ci viene alla mente, per la sua lunga vicinanza a Donizetti è certo Michele Accursi. Di lui molto si è scritto anche se, come spesso accade in questi casi, è ancora difficile avere una visione definitiva e verosimilmente completa del personaggio che, probabilmente, ha ancora molto da raccontarci. Sulla rivista storica “Il Risorgimento Italiano”, dal 1923 fino al 1928, padre Ilario Rinieri, attingendo ai documenti del Fondo Neri, custoditi presso l'Archivio Segreto Vaticano, pubblicò un nutrito “corpus” di lettere e relazioni di Accursi. In tempi più recenti, Giancarlo Parma gli ha dedicato uno studio, dal quale si evince che Accursi, nato a Roma nel 1802, qualificato come “curiale” del Tribunale della Segnatura di Giustizia, aderisce nel 1830 alle idee mazziniane. Affiliato alla Carboneria, poi seguace di Mazzini, nella corrispondenza intrattenuta con questi si firmava con lo pseudonimo di Michele Futuri. Incarcerato nel 1831, processato e condannato a 10 anni di carcere, fu graziato dal Papa. L'anno dopo fu incarcerato nuovamente e liberato nel marzo 1833, dopo aver dato la sua disponibilità a divenire informatore del Governo. Trasferitosi in seguito a Ginevra e poi a Parigi, esercitò la suddetta attività per conto del Governo pontificio, al quale trasmetteva notizie relative ai progetti mazziniani in Italia. Pare accertato che il suo intervento provocò più volte il fallimento delle iniziative insurrezionali. Riuscì comunque a mantenere i piedi su due staffe e, tutto sommato, a restare in buoni rapporti col Mazzini che, quantunque nutrisse qualche sospetto su di lui e seppur fra alti e bassi, non arrivò a considerarlo apertamente un traditore. Una bella fortuna, non c’è che dire.

Nell'epistolario donizettiano Accursi fa la sua comparsa nel 1834. Siamo all'epoca dei primi “abboccamenti” per l'esordio del bergamasco sulle scene parigine, auspicato da Rossini e che, l'anno successivo, si materializzerà nel Marino Faliero. Il 15 aprile 1834, Gaetano scrive a Ricordi (Zavadini n° 132) a proposito dell'invio di alcune scritture firmate: “La soprascritta la farai a M.r Michel Accursi (Accursi, te lo replicai il cognome perchè è mal scritto il primo) poste restante, Paris”.

A quell'epoca quindi Donizetti già conosceva Accursi, pur non essendosi ancora recato a Parigi. Qualcuno gliene aveva parlato? Forse Rossini? Oppure Donizetti aveva già avuto contatti con il curiale romano? La mia è solo una supposizione, ma nel rapporto che il tenente, poi capitano Filippo Nardoni della Polizia Pontificia, scrisse al suo Governo nel 1832, per segnalare i movimenti sospetti dei patrioti romani, si legge che”...(Accursi) è il Capo che riceve i viaggiatori, che comparisce sovventore e creditore di alcuni di loro, ch'è incaricato di andare a Napoli, che dà opera a stampare scritti sediziosi, che in ottobre è stato a Riofreddo, ad Arsoli e forse in Regno”. Nardoni reputa opportuno l'arresto di Accursi, che effettivamente viene eseguito (¹).

Com'è noto Riofreddo è il paese, nei pressi di Roma, dal quale sono originari i Vasselli. La notizia di un singolo viaggio di Michele in tale località può essere poco significativa, ma potrebbe darsi che per i Vasselli l'Accursi non fosse uno sconosciuto. Donizetti scrive da Milano a Toto il 10 vel 11 del 42 (per l'approssimazione nell'indicare le date Donizetti era unico!) - (Zavadini n° 392): “Michele sta infuriato pel successo, corre di quà, di là, conta, aggiunge, pubblica,....lo conosci e tanto basta”. Toto conosceva Michele per quanto gli comunicava Gaetano o la conoscenza era personale, forse maturata nella comune attività in campo legale? In una lettera Donizetti lo menziona come Avvocato Accursi, anche se non risulta che il Nostro abbia mai esercitato l'attività forense. Tale appellativo però non deve considerarsi troppo significativo, poiché in altra lettera Michele viene indicato da Gaetano come…Impresario! Accursi era certo persona dalle molteplici capacità “trasformistiche”.

A Parigi Accursi non era solo. Donizetti nelle sue lettere gli chiede spesso di salutare Mad.me,  Lisa (talvolta scritto Lise), forse la moglie, o la cognata dell'amico, come vedremo poi e sempre tale Memè, del quale non conosciamo l'identità. Il factotum parigino di Gaetano, malgrado sia lecito credere “foraggiato” economicamente da Roma per i suoi servizi, non doveva passarsela molto bene, visto che la fame di denaro era sempre grande e molto graditi i proventi delle senserie. Gaetano scrive a Toto il 30 gennaio 1843 (Zavadini n° 470): “Michele [Accursi] sta bene (di salute). Al principiar dell'anno gli offersi 40 scudi, che non ti so dire se accettò o divorò. Non dirlo però a chicchessia. Diedi alla sua cognata, in differenti epoche, pure piccole somme, poiché egli è ben montato in sacche vuote, ma il poveretto si dà gran pena per me ed affar miei, e lo merita”.

La data di morte di Accursi è tuttora sconosciuta ma, sulla scorta delle ultime sue lettere a noi pervenute, scritte nel 1872, al momento della morte di Mazzini, biografi ed enciclopedie fissano il momento della sua dipartita ad un generico (? dopo il 1872).

In verità Michele Accursi deve al Padreterno alcuni anni in più, poiché risulta che nel 1876 egli era ancora vivo e vegeto.

Antonino Amore, nel suo volume Vincenzo Bellini (Vita), pubblicato a Catania nel 1894, a pagina 248, a proposito della cerimonia per l'esumazione dei resti di Bellini e della loro traslazione dal cimitero parigino del Père-Lachaise a Catania, avvenuta alle 11 del mattino del 15 settembre 1876,  riporta quanto scritto in quell’occasione dal sig. Caponi, corrispondente del Fanfulla, riguardo le persone presenti alla mesta cerimonia. Fra queste notiamo “Accursi, un superstite della repubblica romana”. Come si vede, la data certa di morte di Accursi continua ad essere sconosciuta ma, buon per lui, il suo cammino terreno non si fermò al 1872.

Oltre ad Accursi, le frequentazioni donizettiane, fra i fuorusciti italiani a Parigi, annoveravano certo molte altre persone. Ricordiamo Giovanni Ruffini, del quale è arcinoto il rifiuto di apporre la firma al libretto del Don Pasquale, per le troppe “ingerenze” del musicista nella stesura del testo.

Uno di loro tuttavia non ha destato molta attenzione fra i biografi donizettiani, anche se la sua vita fu altrettanto “variegata” quanto quella di Accursi. Parlo di Gaetano Cobianchi, presente varie volte nell’epistolario del Maestro.

Nato ad Intra, presso Verbania, il 6 agosto 1794, Cobianchi, funzionario della banca Hagermann, fu coinvolto nei moti napoletani del 1820-21, combattè con le truppe del Generale Guglielmo Pepe, fu ferito e fatto prigioniero dagli Austriaci. Dopo la sua liberazione si trasferì a Parigi ed ivi rimase fino alla morte, nel 1866.

In Francia la schiera dei suoi conoscenti, patrioti e no, si allargò parecchio, poiché fu in contatto con il summenzionato Guglielmo Pepe, con Alessandro Poerio e Niccolò Tommaseo, ma anche con La Fayette e Stendhal. Pare frequentasse il bel mondo parigino, con una spiccata predilezione per gli inglesi (o meglio le inglesi) che vivevano sulle rive della Senna. E infatti nel 1832 sposò una facoltosa figlia di Albione, tale Mary Bourdon che, insieme all’amore, gli portò in dote la tranquillità economica.

Fu agente del governo sardo fra il 1847 ed il ‘48 e visse gli ultimi anni della vita in povertà, visto che la consorte, osservando il progressivo prosciugamento del patrimonio di famiglia, da lui operato, lo aveva lasciato. Nel 1843 ebbe pure la sfortuna di venir diseredato dalla madre che, sul letto di morte, non gli volle perdonare il rifiuto di accettare l’amnistia che, nel 1838, l’Imperatore d’Austria aveva concesso a quanti, coinvolti nei fatti del 1820-21, avessero chiesto il favore imperiale.

Tommaseo lo stronca con un acerbo commento: “Il Cobianchi, milanese (sic), galante e un po’ avventuriere, mezzo liberale e mezzo diplomatico, impoverito sposò in età matura una giovanetta inglese, la cui dote servì parecchi anni a tenere casa aperta e spendere oltre il bisogno: ma la dote sfumando e l’uomo invecchiando, la giovine moglie, per queste due ragioni insieme unite, deliberò di piantarlo; e lo piantò. Il Cobianchi si diede tutto a Carlo Alberto, e fin qui non c’è male: ma per puntellare il seggio vacillante del re, scriveva ne’ giornali francesi cose da diffamare la Nazione. Uomo di società corrotta, e corrotto nell’intime viscere, però cieco al bene dell’umana natura, credulo del male e d’ogni abbiettezza” (²).

Che bel ritratto! Non c’è male davvero!

Nell’epistolario di Donizetti Cobianchi pare un’altra persona. Probabilmente conosciuto ai tempi di Marino Faliero, Donizetti gli scrive da Napoli il 16 luglio 1835 (Zavadini n° 170): “La sposa che fa? La mamà…?....E tutti que’ vagabondi amici che raccogli in casa tua vuoi salutarmeli? te ne sarò gratissimo”. E ancora nello stesso periodo (Studi Donizettiani 4 – Z. 170a): “In casa tua vi è il ricetto degli italiani e fra loro può anche starci il mio Nigri che viene per trovar lezioni…”. A casa Cobianchi, dove non mancava neppure la suocera inglese, c’era davvero un bel traffico.

Nel 1843 Cobianchi aiutò l’amico napoletano Alessandro Poerio, suo compagno d’armi nel 1820-21 ed esule lui pure, a pubblicare a Parigi un volume di poesie curando la distribuzione di alcune copie dello stesso fra gli amici. Nell’elenco di questi notiamo: Le Professeur Donizetti partant pour Vienne e certo Docteur Montallegri, forse lo stesso che, nel 1835, era al capezzale di Bellini, durante la fatale malattia a Puteaux.

E allora: Donizetti fu al corrente delle attività degli esuli italiani dei quali fu amico? Ne prese parte?

Più volte è stato riportato il testo di una lettera del segretario della sezione parigina della Giovane Italia, Lamberti, che scrive a Mazzini: “Invii lettera a Mr. G.no Doniz., Maitre de Chapelle de Sa Majesté Apostolique L’Empereur d’Autriche. Quel “no” nel G[aetano] indicherà a Mich[ele Accursi] ricevente, che son per noi”. Da ciò si potrebbe arguire che, con tal mezzo, Accursi poteva intercettare le lettere di carattere politico fra la corrispondenza del Maestro.

Tuttavia, se ammettiamo che Donizetti chiudesse un occhio, o magari entrambi, sulle azioni intraprese dai suoi conoscenti patrioti, dobbiamo pensare che egli avesse adottato le necessarie precauzioni, per non correre il rischio di essere coinvolto in uno scandalo che avrebbe messo a repentaglio per lui, personalità nota a livello internazionale, libertà e carriera.

Sembra poco probabile che l'Imperatore d'Austria, in presenza di un minimo sospetto, abbia pensato di nominare proprio lui Compositore di Corte a Vienna. L'occhio vigile di Metternich e il collaudato meccanismo della polizia asburgica non avrebbero certo mancato di scoprire eventuali coinvolgimenti donizettiani in attività sovversive, anche se di minima importanza.

La Francia di Luigi Filippo poteva sembrare più “liberale” rispetto a Vienna, ma è logico supporre che la Corona e le strutture di polizia da essa dipendenti, esercitavano un controllo sugli esuli stranieri presenti sul territorio. Ed è probabile che anche Donizetti sia stato “discretamente” tenuto sotto osservazione.

Se nulla si scoprì, se dalle lettere donizettiane nulla traspare, le precauzioni del musicista funzionarono in pieno e la copertura fu ottimale.

Infine lasciamo la parola a Guido Zavadini, che nel summenzionato volume Donizetti l’Uomo così si pronuncia, valutando l’amicizia che legava Il Maestro a Michele Accursi: “Incuriosito da tale coincidenza, volli consultare i volumi dei “Protocolli della Giovane Italia” e con mia grande sorpresa trovai il nome di Donizetti varie volte citato per quanto qualche volta abbreviato; e così il 27 marzo 1845: “Si serva parcamente indirizzo Doniz.”. Eppoi ancora il 17 luglio dello stesso anno: “Non si serva più indirizzo Donizetti. E’ qui – gli inviamo, unitamente a Spagni, bottiglie di nostra fabbrica d’acqua di Colonia, poi io manderò poesie di Giusti, Foscolo e opuscoli Bandiera”. Rimane quindi a chiedersi che cosa si nascondesse sotto quel linguaggio, forse convenzionale, circa le bottiglie d’acqua di Colonia fabbricata dagli affigliati alla Giovane Italia. In quanto poi alle lettere da indirizzare al suo recapito, vi sarebbe da pensare che si profittasse del fatto che il Maestro viaggiando con passaporto rilasciatogli dalla Casa imperiale di Vienna, egli fruisse della inviolabilità diplomatica. Nulla più di questo per ora si sa, ma è pensabile che il Donizetti anche se non proprio un affigliato, poteva essere tuttavia un simpatizzante molto prezioso per quei patrioti i quali preparavano l’avvento di una Italia libera, unita, indipendente”.

Forse Zavadini, nel 1947, aveva già compreso tutto.

 

(¹) Cfr: Giancarlo Parma: “Michele Accursi. Spia o doppiogiochista mazziniano?”. Effeelle Editori, 2007
(²) Cfr: Mario Nagari: “Gaetano Cobianchi. Una vicenda risorgimentale”. Società Storica Novarese, 1982 







Valid XHTML 1.0 Strict